ALIRIO DIAZ: Un Ricordo Personale - Una questione di pulsazioni - Intervista di Milagros Socorro. (8 Luglio 2018)

Un ricordo personale.

(Flavio Sala con Alirio Diaz, in occasione di un concerto del Maestro a Cupello, Italia, Agosto 2002)

Giusto qualche secondo dopo aver appreso della morte del Maestro, moltissime immagini mi passavano per la testa, dal primo incontro che ebbi con lui nella città di Benevento (avevo solo 14 anni, ma sapevo che stavo incontrando una leggenda della chitarra), alla mia vittoria al XXXVI Concorso Internazionale di Chitarra "Michele Pittaluga" di Alessandria, dove il Maestro sedeva come Presidente della giuria internazionale nel 2003. 

Alirio Díaz è stato uno dei primi chitarristi che ho ascoltato, sia nelle incisioni che dal vivo. Da allora non avrei mai immaginato che la sua figura avrebbe influenzato così profondamente non solo la mia carriera, ma anche la mia personalità. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli una lezione e, infatti, non ne ho mai ricevute, per un semplice motivo: sedermi di fronte al Maestro, mentre suonava la chitarra, oppure allo stesso tavolo durante un pranzo o camminare con lui per le strade di Roma, erano già la migliore lezione di musica che io potessi ricevere e non erano necessarie lezioni private. 

(Alirio Diaz premia Flavio Sala al "Pittaluga" di Alessandria 2003)

La chitarra nelle mani di Alirio Diaz era qualcosa che conoscevo e riconoscevo, come se qualcuno finalmente mi stesse parlando con le parole che volevo sentirmi dire e che avrei capito meglio: mi piaceva l'idea che Alirio suonasse non solo la musica classica, quella “seria”, ma anche la popolare, la più popolare. Ha persino osato arrangiare le nostre canzoni Napoletane con risultati eccellenti. Il Maestro era autentico ed è per questo che il pubblico lo amava e lo ammirava! Mai ha dovuto nascondersi o fare finta e, per dirla così, trasudava amore per la vita e possedeva la saggezza di chi sa molto bene come funziona il mondo. 

L'ho sempre detto: l'incredibile storia della vita del Maestro Alirio Diaz meriterebbe l'attenzione di un Clint Eastwood per un film internazionale! Il mondo intero dovrebbe conoscere la straordinaria storia di un uomo che, nato e partito da un luogo deserto e ostile, è arrivato a riempire i teatri di tutto il mondo con la chitarra classica! 

(Flavio Sala con Alirio Diaz ad Alessandria, la prima volta al "Pittaluga" nel 1999)

 

Quando penso al Maestro, mi vengono in mente tre parole principali: semplicità, chitarra, donna

Ho un aneddoto. 

Il giorno prima di lasciare Carora, dopo aver vinto il XIV Concorso Internazionale "Alirio Díaz" nel 2006, il Maestro si siede accanto a me durante la cena. E mi chiede: 

"Flavio, torni in Italia domani?

E io: "No, Maestro, domani vado a Valencia". 

"Ah, hai qualche concerto da quelle parti?

"Mmmm ... no, Maestro, ho ... la ragazza!" (Rido, vedendo che ride) 

"Aaaah, allora devi suonare il miglior strumento del mondo!

E io ridendo a crepapelle con lui. 

Questo era Alirio. 

Grazie, Maestro! Resterai sempre nel mio e nel cuore di tutte le persone che ti hanno conosciuto. 

(Questo articolo è apparso su http://diarioelcaroreno.com.ve/web/2016/07/07/alirio-diaz-un-recuerdo-personal/ , due giorni dopo la morte del Maestro, avvenuta a Roma il 5 Luglio del 2016.)







Una questione di pulsazioni.

Intervista di Milagros Socorro.

(Traduzione di Flavio Sala)

 

Di corda e di cuore, ecco un larense completo. Un venezuelano di quelli che vorremo averne a vagonate. Ascoltarlo, quando si esprime col silenzio e quando invece parla per raccontarsi, è un privilegio. In queste pagine, la breve riproduzione delle sue meditazioni. 

Anche se dotati di buoni ammortizzatori, andare a Carora richiede pazienza, resistenza fisica, una mappa e una buona scorta di acqua potabile, preferibilmente fredda. Condizioni indispensabili per l’errante che, una volta giunto lì, troverà solamente un gruppo di case, sostenuto da una volontà che non è di questo mondo, in mezzo a un deserto. Si, un deserto. Una terra desolata che i giovani hanno abbandonato, dopo tanto lavoro nei campi, in cerca di uno zampillo d’acqua o di un pozzo. Stiamo parlando di un posto dove le capre sono fuori di testa, perché la generazione precedente ha spazzato via l'ultima foglia disponibile. Un posto abbandonato anche dai fantasmi, perché i pochi cristiani che persistono ancora nella loro occupazione sono, come si dice, guariti dalla paura, guariti dalla solitudine, guariti dalla lontananza. Un luogo incomprensibile, argilloso, senza tempo, bruciato dal sole e da altre calamità. È il paese dove nacque Alirio Diaz e dove ritorna quando Roma, Edimburgo e Vienna lo riportano al luogo d’origine. 

Lì, in una casa sollevata, con un pavimento recuperato dallo stesso suolo, nacque, il 12 Novembre del 1923, questo uomo, a cui possiamo riferirci con tutta comodità come a un genio venezuelano, un chitarrista del mondo, un Maestro. La Candelaria è così minimale, così uguale ai moti della sua polvere, che galleggia nella sua atmosfera, così debole nel mezzo delle ampiezze Larensi, che i suoi abitanti ei suoi vicini alludono ad essa chiamandola La Canducha. Un nome che sta ad indicare il camminare intorno a una casa, in un villaggio in cui nessuno cammina. Ma eccolo lì, messo sulla mappa, a causa di una nascita prodigiosa, ancora misteriosa è la circostanza che ha prodotto un artista della levatura di Alirio Díaz; autore, come se ciò non bastasse, della storia di questo luogo: "Al Divisar el humo de la aldea nativa" (“Riuscire a scorgere la terra del paese natìo”), un testo che dovrebbe essere letto dal momento in cui è comparso il suo rapsoda, che ne è il suo alibi e il suo eroe, il modello a cui, vagamente, il busto che adorna la sua piccola e solitaria piazza è ispirato. 

(Flavio Sala visita la casa natale di Alirio Diaz, a La Candelaria. Novembre 2012)

 

Le dita di Alirio Diaz, per chi lo ha visto e ascoltato in un concerto, si aggrappano alla chitarra con il gesto di un invertebrato che batte contro la roccia. Ad eccezione di questo miracolo, tutto in lui corrisponde all’aspetto di un contadino venezuelano, un abitante del posto, della lontana Lara in cui mancano los señoritos. Uno dei tanti, così simile a molti altri. Questo finché non viene messo su un palcoscenico; fino a quando non culla la chitarra e ti prende, alla gola, quell'esultante emozione estetica che vibra nella musica venezuelana quando combacia con un virtuoso; o finché non offre uno sgabello al visitatore e dice ah, siediti. E ti dice quello che volevi sapere. Alla fine della conversazione, quando dici addio all'epicentro di una tempesta di sabbia, inizi a sospettare che cosa volessi sapere e perché fossi arrivato lì, quando sai di non essere un beduino. 

Provengo da una famiglia di contadini larensi. Mio padre era nato a Carora nel 1885 e aveva 18 anni quando cominciò a lavorare nei campi, sicuramente fuggendo dalla Guerra Civile. Fu così che si stabilì ne La Candelaria, un paesino situato a 30 chilometri da Carora. Ne La Candelaria viveva un Generale ritirato della Guerra Civile, il quale lo assunse come dipendente nel suo negozio e come mulattiere. Lì conobbe mia madre, si sposarono ed ebbero numerosi figli: 3 femmine e 8 maschi. In questo luogo trascorsi la mia infanzia, seminando mais e patate e badando a capre e maiali. Ovviamente non esisteva una scuola lì. Un mio zio mi insegnò le prime nozioni, a leggere e a scrivere. A quell’epoca, in generale, l’insegnamento lo impartiva un membro della famiglia; e c’era gente che si dedicava all’insegnamento, andando di casa in casa, di famiglia in famiglia,  portando la luce della cultura. Malgrado ciò, in questo mondo, appartato e depresso, c’era gente acculturata, così come c’erano alcuni che sapevano leggere ma non scrivere e altri ancora che sapevano leggere ma non firmare. Si dava il caso di gente analfabeta che conviveva con appassionati lettori. Lì arrivavano alcuni giornali, da Carora, da Barquisimeto e da Caracas, che erano letti con fervore da quei pochi alfabetizzati. Mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, era uno di quelli; un uomo di cultura, senza dubbio. Conservo ancora un paio di libri che ho ereditato da lui, incluso il “Metodo per chitarra” di Ferdinando Carulli e la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Da bambino, infatti, recitavo seduto, le terzine della Divina Commedia e questo mi sosteneva, calmava la mia immensa necessità di formazione e di cultura, soffocata in quel luogo carente di ogni stimolo…fino a quando, compiuti i 16 anni, scappai dalla casa paterna e dalla durezza del lavoro nei campi.” 

Fino a quell’età, Lei si era formato a intervalli, per quel che poteva, però era, malgrado ciò, alfabetizzato e insieme aveva già iniziato lo studio del Cuatro. 

Non solo questo. A 16 anni già avevo scritto la storia de La Candelaria. Una cosa certamente infantile, scritta a mano. Mi muoveva un gran desiderio di sapere, di verificare ciò che era accaduto nel mio paese fino al giorno in cui scrissi la sua storia. Ottenevo le informazioni domandando ai vecchi, cercando dati di quando fu costruita la chiesa, per esempio, o le prime case con le tegole e con i mattoni. La maggior parte delle case teneva il pavimento in terra e questo mi interessava molto, volevo sapere quale fu il momento che portò dai tetti di paglia a quelli con tegole. Così iniziai a investigare e, per fortuna, in molti tetti era riportata la data di costruzione della casa.” 

A 16 anni, Lei sente il bisogno di allontanarsi dalla sua casa paterna. Cosa era che Le pulsava dentro? 

Mio padre era un uomo molto rigido e il criterio che orientava l’educazione dei propri figli era molto duro. Tremendo, in verità. Mio padre era un uomo molto poco affettuoso, in un certo modo, e chiaramente i suoi metodi corrispondevano alla mentalità dell’epoca ed è molto probabile che per lui fu lo stesso, che crebbe con quella mancanza di tenerezza e amorevolezza. D’altra parte, benché quasi analfabeta, teneva una certa cultura, una propria visione della vita. Passati molti anni, ho letto delle carte appartenute a lui e sono rimasto sorpreso dal modo in cui furono scritte, dai consigli che mi dava: si vede che aveva le idee molto chiare e che si atteneva all’etica di quell’epoca; era molto rigoroso con i suoi figli, molto geloso, direi, ed era molto vigile davanti ai vizi che potevamo prendere noi figli. Di fronte a qualche marachella diventava aggressivo e ci imponeva castighi fisici molto severi. Se dicevamo una brutta parola, da cacchio in su, ci rincorreva col bastone e ce le suonava. I suoi metodi repressivi consistevano in castighi molto duri, per cui molte volte, per liberarmi, scappavo come un coniglio su per i monti e trascorrevo a volte tutto il giorno e parte della notte senza tornare a casa e senza mangiare. Questo senza contare che ero obbligato a realizzare ogni giorno un’intensa giornata di lavoro che consisteva nell’avere cura degli animali – galline, capre, maiali – arare la terra, seminare, eccetera. Un giorno non ne potetti più e scappai via da tutto quello!” 

Cosa accadde quel giorno ? 

Quel giorno fui svegliato dal canto del gallo alle tre del mattino. Avevo pianificato già tutto. Sapevo di non avere altra scelta. I miei fratelli avevano fatto lo stesso, solo che loro non andarono a Carora, ma a Zulia, la città del petrolio. Ma io non volevo petrolio, volevo cultura, educazione. Così, presa la scatola di cartone, che avevo ben legato con una corda e dove avevo messo tutte le mie cose, mi avviai per la strada di Carora. In questa scatola portavo alcuni libri, fogli di quelli che distribuivano una volta l’anno i commercianti di almanacchi, racconti, crucigrammi, frasi dei grandi filosofi, note meteorologiche, aneddoti storici, fotografie…Ce n’era una che rappresentava la mappa dell’Europa, bellissima, dove ogni paese appariva di un colore diverso e con le rispettive capitali e numero di popolazione. E portavo anche un po’ di abbigliamento. Con queste provviste, intrapresi il mio cammino: 30 chilometri fino a Carora! E non portavo un solo quattrino.” 

Conosceva già quella strada? 

L'avevo fatta poche volte. Quando mio padre mi mandava a Carora a comprare le pillole da un dottore che si chiamava Ross: facevo questo cammino di andata e ritorno nello stesso giorno: 60 chilometri a piedi, senza acqua. Impiegavo 5 ore. Quel giorno, quello della mia fuga, arrivai alle nove del mattino, affamato e con i piedi arsi.

Lei sapeva in quel momento che era dotato di un talento speciale, che era nato per un altro destino? 

"No, ovviamente. Non lo sapevo. Ciò che sentivo era come una calamita che mi attraeva verso Carora, perché in questa città c’era qualcosa che mi affascinava, che mi attirava con una forza straordinaria e di cui avevo notizia attraverso i giornali e dalle persone de La Candelaria che la visitavano durante le feste patronali o per fare serenate. In quelle occasioni si recitavano poesie, canzoni, discorsi, improvvisazioni…tutto questo rivelava che Carora era un ambiente straordinario in quanto a cultura.” 

Arrivato a Carora, Lei incontra Don Cecilio Zubillaga Perera. 

Sapevo di lui leggendo i giornali. Bisogna dire che io quando andai a Carora avevo solo 16 anni, con appena il terzo grado di scuola, però contavo una memoria eccezionale! Ebbi la fortuna di incontrare Don Cecilio Zubillaga e avere da lui lo stimolo di cui necessitano i giovani. Prima di tutto questo, però, il giorno del mio arrivo a Carora fui ospite di un mio fratello che viveva lì, lavorando come tipografo. Avevo letto su un quotidiano che il Governo stava erogando borse di studio per i figli di famiglie povere. Così, il giorno seguente, andai a Barquisimeto con l’intenzione di guadagnarne una. Arrivai alla porta del Governo e chiesi di parlare con il Presidente di Stato, Honorio Sigala. Si immagini, io, un contadino, che non sapeva neanche parlare! “Oggi non c’è ricevimento – mi dissero – torni la prossima settimana”. E come potevo? Non avevo un soldo. Tornai a Carora afflitto.” 

Che idea teneva del Suo futuro? 

Avevo un’unica ossessione: andare in collegio. Arrivo a Carora e mi scontro con questa scuola meravigliosa. Ebbi la fortuna di incontrare grandi insegnanti, i primi avvocati del Venezuela, in quell’epoca, era il 1939. Alla fine del sesto grado di scuola andai da Don Cecilio, mio padre spirituale, che mi aveva sentito suonare la chitarra in casa sua. Lavoravo come portiere di un cinema. Gli comunicai le mie intenzioni di seguire gli studi secondari a Barquisimeto. Ma lui mi rispose: “Non andare. È assurdo. Tu devi diventare un grande artista. Vai a Trujillo a studiare musica”. E mi consegnò una lettera di presentazione per Laudelino Mejias, Direttore della Banda di Trujillo. In quel momento entrai nel mondo della musica classica. Don Cecilio decretò il mio destino. 

Laudelino Mejias era maestro di armonia, teoria e solfeggio. Un grande creatore e maestro per eccellenza. Per sostenermi agli studi appresi la professione di tipografo ed entrai a lavorare nella Stamperia di Stato, con un impiego di 8 ore giornaliere. Non so dove trovavo il tempo per studiare musica, però mi arrangiai e riuscii a imparare a suonare anche il sassofono e il clarinetto, entrando a far parte della stessa banda di cui Laudelino Mejias ne era il Direttore: un lavoro, questo, più leggero, che mi permetteva di studiare la chitarra. Trujillo fu come una Università per me, perché lì imparai l’inglese e la dattilografia, attrezzi fondamentali per alzare il volo verso Caracas.” 

Arriva a Caracas nel Settembre del 1945. 

Non vedevo l’ora di andarmene. In tutto quel tempo il Maestro Laudelino insisteva perché restassi a Trujillo fino a che fossi ben preparato. Mi diceva: “Aspetta. Io so quando devi andartene, perché tu possa studiare ancora per diventare ciò io voglio tu diventi, e sono sicuro che lo diventerai.” In quel momento correva l’anno 1945. Intanto cominciai a studiare formalmente con Raul Borges. Quando mi ascoltò suonare, si rese conto che tenevo grandi qualità e mi fece presente che avevo da correggere alcuni dettagli. Io suonavo la chitarra a orecchio. Avevo composto alcuni pezzi e cantavo alla Radio di Trujillo.” 

Già aveva una chitarra? 

Un mio fratello mi regalò una chitarra che ancora conservo. Adesso ho 6 chitarre da concerto: una, tedesca, che è esattamente uguale a quella che aveva Andrés Segovia e altre di liutai italiani e spagnoli, non molto conosciuti, però, lo stesso, molto pregevoli. Ho anche una Yamaha che mi venne regalata in un viaggio che feci in Giappone.” 

Raul Borges La forma come chitarrista. 

Totalmente. Quando arrivai in Spagna per perfezionarmi, già avevo una formazione completa. In Spagna videro che avevo una tecnica limpida, buona ispirazione e dominio dello strumento.” 

Nel 1950 Lei va in Spagna. 

Con una borsa di studio del Ministero dell’Educazione Nazionale. Giunto lì mi informarono che Segovia dava un corso di chitarra presso l’Accademia Musicale Chigiana di Siena e senza pensarci due volte, presi un treno e andai a cercarlo. Andrés Segovia incise sulla parte espressiva delle mie esecuzioni. Ero arrivato con una tecnica e un repertorio che non aveva nessun chitarrista europeo in quel momento. In quell’epoca la chitarra europea attraversava un periodo di crisi, erano passati appena cinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, c’erano ancora macerie in tutta Italia. Quando andai a Siena, nel 1951, ovvero un anno dopo che Segovia ebbe fondato la cattedra di chitarra in questa città, c’erano solamente 5 chitarristi. Un corso di perfezionamento che doveva aver attratto centinaia di chitarristi, aveva appena 5 chitarristi e il migliore, modestia a parte, si chiamava Alirio Diaz, perché ero il più vecchio di tutti, avevo più tecnica, più repertorio, una quantità di opere che non suonava nessuno; dopo Segovia, solo Alirio Diaz. Questo richiamò l’attenzione del Maestro, perché, inoltre, io imitavo il suo stile sin da quando studiavo a Caracas e compravo i suoi dischi per copiarlo. Così iniziò la mia carriera, definitivamente. Tre anni dopo, già divenni assistente di Segovia, il sostituto nei corsi del più grande chitarrista del mondo. Così iniziai a dare concerti nei grandi teatri di tutta Europa. Segovia mi aprì le porte al mondo. Presi coscienza di ciò che avevo, del mio talento e delle mie capacità: scoprii la mia vocazione di concertista.” 

Lei crede che queste capacità artistiche ci sono fin dalla nascita? 

È un miscuglio. Si nasce con il talento, però nel mio caso, contribuì molto il fatto che nacqui ne La Candelaria, dove la musica era il pane spirituale di ogni giorno. In ogni casa c’era uno strumento, un cuatro, un violino, una chitarra, un mandolino, una maraca, un tamburo. Era un popolo di 400 abitanti ma pieno di musica; e frequentemente le notti ci riunivamo per suonare, cantare, ballare e i fine settimana sempre c’erano balli e serenate.Tutto questo già stava dentro di me, unito a un aspetto chiaramente genetico, perché mio padre era un grande cuatrista, tutta la mia famiglia suonava e ballava molto bene. Mio nonno era stato chitarrista e violinista, il mio bisnonno era un cantante di valore. E poi, avevi un contorno musicale nazionale: ero impregnato di tutto ciò che si suonava con le bande, valzer, merengue, joropos, il suono dell’arpa venezuelana, della mandola, di tutte queste cose nostre. Hai una ripercussione, senza dubbio, in tutta la personalità, a lungo andare, ed è un impatto che si va evolvendo, si va purificando, si va facendo più esigente, più nobile. E questo persiste con l’andar della vita.“ 

Poi si stabilisce in Italia e inizia una vita di viaggiatore. 

Per tutto il mondo ho viaggiato, nei cinque continenti. Due volte sono stato in Australia, lo stesso in Giappone. S’intende che la mia carriera è iniziata molto tardi, bisogna tener presente questo: il mio primo concerto di chitarra l’ ho tenuto nel 1950; Alirio Diaz aveva, poverino, 27 anni. Chissà, se fossi stato più giovane, quelle traversate interminabili, mi sarebbero risultate meno ardue. Deve pensare che per andare da Roma a Sidney occorrono 30 ore di volo. Questo è la morte. Arrivavo estenuato, come convalescente da una grave infermità. Avevo bisogno almeno di una settimana di riposo, per la stanchezza, e non potevo stare senza un letto. Però, d’altro lato, avevo enormi soddisfazioni. Una delle principali era che il mio nome andava in giro per il mondo, unito a quello del mio paese. Ho divulgato la musica venezuelana. Credo di essere stato il primo musicista venezuelano a diffondere la nostra musica, tanto che oggigiorno, la musica venezuelana per chitarra viene suonata in tutto il mondo. Lauro, Sojo, Borges, Carreño, i brani di musica popolare che io ho arrangiato circolano per il mondo perché sono stati pubblicati, registrati e si insegnano nei corsi.” 

Adesso Lei è tornato in Venezuela, più precisamente nelle Sue case di Carora e de La Candelaria. 

Vivo in Europa, sei mesi l’anno per impegni artistici. Do concerti, seminari e partecipo come commissario nelle giurie dei concorsi. Io ho fondato uno dei concorsi di chitarra più importanti del mondo, in Italia, per stimolare i giovani, quasi 40 anni fa (“Concorso Internazionale “Michele Pittaluga” – Alessandria, ndt). E, d’altra parte, ho avuto la fortuna di essere riconosciuto nel mio paese. Sono stato molto generoso, in tutti i luoghi che ho visitato ho dato qualcosa e allo stesso tempo ho saputo riconoscere quello che mi è stato dato. Devo essere un uomo con molta fortuna.” 

Si ritiene un uomo che appartiene a due mondi ? 

Due mondi no. Io sono un uomo di un solo mondo: Europa e America Latina. La sintesi l’ha fatta la musica.” 

Cosa pensa del cuatro? 

Il cuatro fu il mio primo strumento. E forse tutti i venezuelani possono dire lo stesso, forse ogni bambino venezuelano si divide tra i giochi e lo studio di questo strumento. Il cuatro è un grande strumento, perché inizia a sviluppare il senso del ritmo e dell’armonia, ossia degli accordi e delle tonalità. E poi, tutte le conseguenze che hai intorno a questo, le dissonanze, le modulazioni, tutta questa complessità, che appartiene al mondo accademico, ma contemporaneamente al mondo dell’istinto. Ho avuto la fortuna di iniziare i miei primi esercizi con il cuatro che è, in realtà, una chitarra senza i bassi, senza le due corde più gravi. Per il resto, è esattamente uguale, le posizioni, tutti i tasti dove si vanno a premere le corde…Oggigiorno, il cuatro si sta sviluppando in una maniera straordinaria, ci sono cuatristi meravigliosi, dei Paganini o Chopin del cuatro, che suonano meraviglie. Realmente, questo strumento sta vivendo un momento di grande splendore.” 

Non c’è modo di lasciar passare il fatto che le Sue mani sono, non so, curiose, diverse. In una certa maniera sembrano indipendenti dal resto del corpo… 

Bene, si sa che nella mano è scritto il destino di un concertista. Mi riferisco al fatto che la chitarra esige determinate qualità fisiche, come dita larghe e flessibili. Non grasse e grosse. Devono essere affilate e le unghie possono creare problemi se hanno poco calcio. L’attuale conformazione delle mie mani me l’ha plasmata l’esercizio continuo, però solo in parte. È necessaria una base, una struttura fisica di partenza che non solo implica la mano. Tutto il corpo si compromette nel suonare la chitarra e questo esige una determinata sensibilità – mi riferisco a una sensibilità corporale – cerebrale, credo io, perché, il corpo intero, deve predisporsi a cavare dallo strumento il suono che tiene e che sia accarezzante. Il mio corpo accarezza lo strumento e il suo suono accarezza chi lo ascolta. È un trasferimento corporale, fisico…se così posso dire. Il suono deve avere un colore che risponda a un effetto estetico, artistico, di carattere profondamente emotivo. Non c’è nessuna mediazione tra la mano del chitarrista e la corda che emetterà il suono – come invece accade con il pianoforte, per esempio – in maniera che il suono che tu senti è quello della mia mano, del mio corpo, del mio cuore.” 

E la chitarra che sa di tutto questo? 

Ah, la chitarra, diceva Segovia, è un essere vivente. Lei trasmette questa corrente vitale, emotiva che io le comunico in un dialogo molto diretto, molto intimo. Io sono il padrone unico di questo mondo sonoro, che lei costruisce attraverso le mie pulsazioni. La mia chitarra, con l’andare del tempo, con i concerti, il tran-tran costante, è già preparata a rispondere a quello che io le chiedo. Potrei suonare un’altra chitarra e accadrà quasi lo stesso – quasi – però la dedizione totale la ottengo solamente dallo strumento fatto a mia immagine e somiglianza. In cambio, io devo occuparmene, curarla, guardarla. Tiene le sonorità del silenzio, o meglio, del sussurro. Non è lo strumento dei grandi auditorium, non è capace di gridare. È la signora della confidenza. Per questo, quando le impongono l’amplificazione, le tolgono l’anima, le confiscano la sua essenza, la rendono di nessuna importanza.” 

Le pare abbia qualcosa di femminile? 

Non potrei vederla in un’altra maniera. Tiene le sue forme, il suo corpo, e io sono l’uomo che l’accarezza. Deve esserci come un’alleanza tra l’interprete e la chitarra, di mutua comprensione e protezione, che si va a riflettere nel suono. L’interprete prepotente non può credere di tirar fuori dalla chitarra ciò che lei non è in grado di dare o non vuole dare. I due devono integrarsi, come in un atto amoroso. Deve esserci un interscambio di profonda comprensione emotiva, di modo che il risultato sia di trascendenza.” 

Le procurerà sicuramente orrore che un altro la suoni… 

No, questo non occorre: nessuno mai suonerà la chitarra di Alirio Diaz. Scorre il sangue.” 

La cosa è passionale, mi sembra… 

Erotica, umana. Non ha niente a che vedere con gli altri strumenti, non esiste niente di simile. La chitarra è lo strumento della notte, dei suoni notturni. E la chitarra, come la notte, ha i suoi guardiani. Io sono il guardiano della mia chitarra.” 

Cosa L’attrae di questo deserto, di questa desolazione de La Candelaria? 

Vengo a cercare il silenzio. Solitudine e silenzio. Il silenzio concepito come una forma di rilassamento, di riposo, di quiete. E questo non è il silenzio che potrei incontrare tappandomi le orecchie. È una lezione di silenzio che si percepisce nel guardare, come accade con questi uccelli che stiamo vedendo ora, fermi sullo steccato. Vengo a cercare il silenzio assoluto, che si produce nel momento in cui la natura dorme totalmente. Questo momento magico lo trovo qui. Le città sono la sepoltura del silenzio. E non posso darmi il lusso di ammazzare i miei silenzi interiori di cui ho tanto bisogno per meglio apprezzare certi suoni.  Poi, per di più, voglio stare solo. Voglio andare per i campi, visitare i luoghi della mia infanzia, evocare il passato e dialogare con esso. Ho bisogno di vedere gli uccelli, le capre. Vengo qui per una giornata, mezza giornata, e mi basta, vengo a dormire, in tempo di pioggia, ad albeggiare in tempo di pioggia. Vengo qui perché mi sveglino gli uccelli che si riuniscono fin dalle 4 del mattino per cantare, per ricevere il giorno. Vengo a sentire come svanisce il silenzio della notte con l’arrivo del giorno e come nasce un altro tipo di silenzio. Vengo a felicitarmi per essere nato in questo deserto, perché ad esso devo tutta la mia sensibilità e, chi lo sa, tante altre cose che sono lì nascoste e io non lo so. E vengo qui ad Ottobre, quando inizia il freddo in Europa.” 

Incontra ancora questa attitudine verso la musica, a cui allude, nella gente venezuelana, nei larensi? 

In tutto il paese. Nel venezuelano non è difficile scoprire questa vocazione, perché il venezuelano è molto musicale. Uno dei paesi più musicali del mondo, posso dire. Un popolo in cui, inoltre, persiste con grande forza una radice popolare che i nostri grandi compositori ci hanno dato, per costruire opere di respiro universale. Con molta frequenza constato nei giovani  venezuelani queste qualità che sono indispensabili per diventare un grande musicista.” 

Quali sono queste qualità ? 

L’udito, perfetto. Il senso del gusto – del buon gusto – il desiderio di migliorare sempre, di evolversi e di prepararsi. E, altra cosa molto importante, di seguire la tradizione. Attualmente c’é un movimento di chitarristi in Venezuela che sono anche compositori, cosa che non esisteva nei miei anni, l’unico con queste caratteristiche a quella epoca era Antonio Lauro. Oggi abbiamo, non so, sei o sette musicisti, compositori che diventeranno grandi e che si trovano in questa tappa iniziale, perché tutto ciò richiede tempo, richiede 10, 15 anni, perché il processo creativo è una cosa molto lenta, di maturità, di pratica continua, insistendo tutti i giorni, fino ad arrivare a un vero sviluppo. E questo non succede solamente nella musica. Accade in tutto: più siedi al banco da lavoro, nell’ufficio, più rapido è il risultato artistico. Per questo è di vitale importanza insegnare al giovane venezuelano – quando ha talento – che questa faccenda è più dei testardi che dei geni.” 

Come crede debbano essere orientate le vocazioni giovanili ? 

La vocazione deve essere stimolata nell’ambito di un lavoro costante, di spirito di disciplina. Questo è fondamentale. Quanti geni si sono perduti per mancanza di volontà! E l’altro lato è il carattere. Un artista, un vero artista – che è quello di cui sto parlando – deve allenare le proprie capacità per sopportare calamità, fame, sacrifici, esaurimento, rinunce di tutti gli ordini; deve essere preparato per conoscere se stesso e guardare nel suo interiore tanto la meraviglia come lo spavento, l’orrore. L’artista deve sapere cosa ha dentro, nel proprio spirito, ed essere vigile, perché può portare in sé l’orrore mischiato al sublime. L’artista deve temprare il proprio carattere senza tregua. Deve accettare le critiche, non rifiutarle, ma comprenderle, che non è lo stesso. Una critica negativa può produrre cose positive, se la sai riconoscere e comprendere. Per questo occorre un grande senso autocritico. Ciò arriva con l’esperienza, con gli anni, per questo non si può lodare all’inizio un giovane. Dire a un bambino che è un genio significherebbe frenare il suo processo per il quale, in tutti i modi, dovrà passare, giustamente, spinto dal desiderio di migliorare. Oggi i giovani hanno una quantità di vantaggi rispetto alle condizioni che io avevo quando iniziai la mia formazione artistica. Quando cominciai a studiare con il mio maestro, avevo una quantità di dettagli incerti, relativi alla tecnica più che ad altro. La chitarra non era la chitarra di oggi, che ha guadagnato in qualità. Oggi lo strumento suona meglio, ha maggiori qualità di suono; oggi si usano corde di nylon che in quell’epoca non esistevano. Si usavano le corde di acciaio e alcuni potevano permettersi quelle di budello. Il repertorio non era alla portata di tutti come oggi, non c’erano dischi di chitarra disponibili. Ci sono borse di studio e, molto importante, concorsi nazionali e internazionali, festival in cui sono invitati chitarristi da tutto il mondo, e che offrono la possibilità di confrontarsi gli uni con gli altri.” 

Quando è lontano dalla chitarra? 

Nella Settimana Santa. Più concretamente, il Giovedì e il Venerdì Santo, i giorni più amari per me perché li passo lontano dalla chitarra, contemplandola e pensando a quante ore mancano perché termini il lutto per la morte di Cristo. Per il resto, mi è impossibile. Non posso abbandonare la chitarra, perché è dentro di me, cammina con me e respira nel mio petto. Se volessi lasciarla, non potrei, perché sarebbe lei ad abbandonare me. E questo equivale a chiedermi se in tutti questi anni vissuti in Europa abbia dimenticato, anche per un solo istante, di essere un cittadino de La Candelaria. E come potrei? Un uomo non può uccidere la propria anima.

(Originale in Spagnolo: http://www.aliriodiaz.net/alirio.asp

(Flavio Sala con Alirio Diaz nel Teatro "Alirio Diaz" di Carora. L'ultimo incontro, Nov. 2012)

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